La scalata del Calanco - foto di Liseba Dongiovanni - Aliano agosto 2015

Il Sud di un masterplan che ancora non c’è

L’arretratezza del meridione necessita di un intervento a partire da un’analisi del territorio senza la quale nessuna soluzione è non solo possibile, ma neanche ipotizzabile.

Il rapporto SVIMEZ 2015, che offre una fotografia dell’economia del Mezzogiorno del 2014 in relazione alle valutazioni SVIMEZ degli ultimi anni, ci dice con il linguaggio dei numeri che la “questione meridionale”, ovvero il dibattito relativo al divario esistente tra il Nord e il Sud della nostra penisola, è tutt’altro che superata.
In termini di Pil pro-capite il Mezzogiorno nel 2014 è sceso al 53,7% del valore nazionale, con un conseguente aumento della povertà del 2% rispetto al 2011.
I consumi delle famiglie meridionali sono ancora scesi, continuando a ridursi nel 2014 dello 0,4%, a fronte di un aumento del 0,6% nelle regioni del Centro-Nord.
Gli investimenti, dal 2008 al 2014, sono crollati del 38% nel Mezzogiorno e del 27% nel Centro-Nord, con una differenza tra le due ripartizioni di 11 punti percentuali.
Nello stesso arco di tempo il Mezzogiorno registra una caduta dell’occupazione del 9%, a fronte del -1,4% del Centro-Nord, oltre sei volte in più. Delle 811mila persone che in Italia hanno perso il posto di lavoro nel periodo in questione, ben 576mila sono residenti nel Mezzogiorno.

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Terreno argilloso di Aliano – foto di Liseba Dongiovanni – agosto 2015

Nel 2014 il tasso di occupazione femminile medio è fermo al 20,8%, contro il 51% dell’Ue.
Dal rapporto emerge dunque il ritratto di “un Paese diviso e diseguale, dove il Sud scivola sempre più nell’arretramento”, si legge nel comunicato stampa diffuso dalla SVIMEZ il 30 luglio. Un Sud dove i consumi continuano a calare mentre aumentano nel resto del Paese, dove continua la caduta degli investimenti, dove i settori produttivi sono in crisi, dove la disoccupazione cresce inesorabilmente, dove da tempo si è innescato un processo di crisi demografica che appare irreversibile. Ma ciò che più spaventa di questa puntuale e severa analisi è il pericolo paventato di un “sottosviluppo permanente” in cui potrebbe trasformarsi la crisi ciclica in corso.

Giustino Fortunato, uno dei maggiori rappresentanti del meridionalismo, ne Il Mezzogiorno e lo stato italiano, riconosce l’esistenza di una questione meridionale già a partire dalla seconda metà dell’800: « Che esista una questione meridionale, nel significato economico e politico della parola, nessuno più mette in dubbio. C’è fra il nord e il sud della penisola una grande sproporzione nel campo delle attività umane, nella intensità della vita collettiva, nella misura e nel genere della produzione, e, quindi, per gl’intimi legami che corrono tra il benessere e l’anima di un popolo, anche una profonda diversità fra le consuetudini, le tradizioni, il mondo intellettuale e morale. »
Di questione meridionale si è iniziato a parlare 150 anni fa, quando, all’indomani dell’unità d’Italia, il nostro Paese, per la prima volta, si è trovato nella condizione di dover affrontare problematiche di carattere politico, economico e sociale estese ad un territorio nazionale fortemente disgregato nelle sue componenti. E da allora una vera unificazione non c’è mai stata.

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Carlo Levi ad Aliano

Nel 1944 Carlo Levi, che tra il ’35 e il ’36 visse in un paesino della Lucania, condannato al confino dal regima fascista, per il suo vivace anticonformismo culturale e la sua attività di opposizione al fascismo, in Cristo si è fermato a Eboli ci racconta con il linguaggio di uno scrittore che descrive fedelmente ciò che vede, la presenza di un tempo e di un mondo all’interno di un altro tempo e di un altro mondo. Da una parte un Sud magico, a tratti stregonesco, intessuto di figure totemiche ma anche ricco di valori semplici e autentici. Dall’altra lo Stato e i partiti. Ed è proprio nel primo che Levi vede la possibilità di avviare una “rivoluzione contadina” che permetta al Sud di entrare nella Storia, a partire da un tentativo di recupero dell’antico nel nuovo, permettendo così “la coesistenza di due civiltà, senza che l’una opprima l’altra, né l’altra gravi sull’una”. Levi, uomo impegnato nella Storia, nel dramma del confino ad Aliano, diventa il testimone diretto della condizione del Sud in epoca fascista, e poi ambasciatore del mondo contadino presso il mondo urbano, assumendo un atteggiamento critico nei confronti di alcuni “amici” meridionalisti che, da lontano, proponevano “le loro formule e i loro schemi” per risolvere il “problema meridionale”.
L’attualità delle sue osservazioni di scrittore, antropologo, politico, uomo di cultura emerge con prepotenza in questi ultimi mesi in cui i dati dello SVIMEZ sottolineano un peggioramento della situazione di precarietà e arretratezza che attanagliano il Mezzogiorno da più di un secolo, rispetto al Nord e più in generale ad un’Europa in crescita, al punto che Cristo si è fermato a Eboli è stato oggetto di una recente attenta rilettura da parte di chi crede che il problema meridionale è anche una questione culturale oltre che economica e sociale.

Gli alianesi Michele, Vincenzo, Nicola, Giuseppe, Cristian, Geltrude raccontano con il linguaggio del cuore com’è vivere nel Sud del Sud, ovvero in una zona interna della Lucania, circondata da colline argillose che, nonostante permettano la sola coltivazione dell’ulivo e l’attività della pastorizia, costituiscono le radici di una cultura remota e bellissima di cui tutti loro non riuscirebbero proprio a fare a meno. “Sei venuto nella pace del Signore”, dicono a chi capita per caso da quelle parti o arriva solo perché ha letto il libro di Levi. Gli abitanti di Aliano descrivono il loro paese come se stessero recitando dei versi sui colori dei calanchi, le abitudini e i costumi, l’ottimo cibo, le stagioni e il lavoro nei campi. Lo fanno con una pacata serenità attraversata a tratti da una rassegnazione che sembra avere radici antiche, come fosse ereditata da generazioni e facesse ormai parte del loro patrimonio genetico. Quelli che amano parlare di più, arrivano a confidarti il loro amore per la libertà, come velleità in un mondo in cui liberi non si può essere perché “la legge non esiste”. I più giovani sono combattuti tra la voglia di emanciparsi da quei luoghi, andando altrove, e l’attaccamento a quella terra che negli ultimi anni è stata progressivamente abbandonata perché non in grado di trattenere i suoi figli.

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Particolare di Aliano durante la festa della Pesologia – foto di Liseba Dongiovanni – agosto 2015

Ad Aliano si svolge da due anni la Festa della Paesologia, una “comunità provvisoria” in cui si parte alla ricerca delle orme di Carlo Levi, dei suoi amati contadini, dei briganti di un tempo, per arrivare alla progettazione di un futuro per il Sud a partire dalle sue realtà più piccole ma non per questo poco importanti, attraverso un intreccio di idee, visioni, proposte di chi crede che le aree interne siano un punto di partenza fondamentale per uno sviluppo consapevole e rispettoso delle profonde radici culturali di un territorio. “Il paese raccontato da Carlo Levi come simbolo di un sud che costruisce nuove storie legate a un nuovo rapporto coi paesi e il paesaggio”, scrive il direttore artistico del festival offrendo, attraverso l’iniziativa, uno spunto di lettura del Sud nuovo e attento al paesaggio, ai suoi abitanti, alla sua cultura.

Tre linguaggi diversi dunque (quello dei numeri, quello di un attento osservatore dell’umanità e filantropo, quello del cuore di chi lo vive quotidianamente) ci parlano del Mezzogiorno in modi differenti, descrivendolo come una realtà complessa e difficile che ultimamente è tornata a far parlare di sé con insistenza al punto da sollecitare un intervento (seppur estremamente tardivo) cui è stato affibiato il nome di masterplan per il Sud. “Anche per il tempo, non siamo off limits”, scrive Giuseppe Galasso sul Corriere del Mezzogiorno, aggiungendo che c’è tempo per rispettare gli impegni presi e le promesse, purché non si sia trattato di annunci. L’auspicio è che si giunga presto a decisioni e soluzioni concrete e che almeno questa volta si cambi “stile” nel modo di analizzare e giudicare il Sud, lontano da quella posizione di un tempo che faceva del Mezzogiorno una sorta di terra del pianto (o del piagnisteo).

Liseba Dongiovanni

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